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Senza bisogno di commentoSe siete inguaribili ottimisti, se credete che in fondo questo è un paese come tanti altri, se pensate che la democrazia funzioni alla perfezione e che in fondo "il popolo vuole questo", leggete qui, e poi fatemi sapere. L'Arma biancaDue parole sul caso Granbassi perché non posso fare a meno.
I Carabinieri si incazzano e le vietano di partecipare alla seconda puntata di Annozero. Lei alza le spalle e annuncia di volerci andare lo stesso, anche a costo di lasciare la divisa.
Premetto che trovo irritante che in Rai - azienda che va avanti grazie al lavoro di centinaia di precari - venga scelta una bella fiorettista come co-conduttrice di una trasmissione d'informazione in prima serata, come se tra le suddette centinaia di precari non ci fosse una ragazza capace e - non facciamo gli ipocriti - anche di bell'aspetto.
Ciò detto, vanno fatte almeno un paio di considerazioni. La prima, immediata, è che non mi è parso di vedere lo stesso zelo da parte della Polizia, quando la Vezzali (poliziotta, appunto) ha allegramente puttaneggiato col presidente del Consiglio. Né ho sentito levarsi proteste quando i vari Montano, Magnini e ora Clemente Russo, tutti militari o appartenenti alle forze dell'ordine, hanno partecipato a reality show. Ma si sa, nel paese do' sole e do' mare la coerenza è un fastidio, come una pioggia improvvisa.
Il punto, però, non è questo. Il punto è che tutto parte da una messinscena. Perché in realtà tutti questi atleti - a parte il tiratore D'Aniello, entrato in Polizia ben prima di diventare un atleta a tempo pieno - sono carabinieri, poliziotti o soldati più o meno come lo sono io. E' l'anomalia di fondo dello sport non professionistico: l'unico modo per allenarsi ad alti livelli è travestirsi con una divisa. I gruppi sportivi militari pagano uno stipendio agli atleti e li fanno gareggiare sotto le proprie insegne, in cambio del ritorno d'immagine sul Corpo di appartenenza. Tutto qui. Le sceneggiate, i commossi ringraziamenti all'Arma dopo ogni vittoria, i predicozzi sui valori, rientrano in questa ottica di scambio.
In due parole: Margherita Granbassi fa benissimo a sfruttare l'occasione che Santoro le sta offrendo. Anche perché è una fiorettista e non un terzino destro, il che vuol dire che, finito il bel gioco dello sport, dovrà pur inventarsi qualcosa da fare nella vita.
L'Arma, invece, ci sta facendo una figura mediocre. Ma vista la stranezza del sistema, non so se potessero comportarsi diversamente. Casti diviBrevemente, stasera.
Ho davanti l'ultimo mese a Roma, e ho l'impressione che sarà più lungo degli altri, perché inizio ad accusare la stanchezza. Però va bene. Va bene perché questo è il mio lavoro, se si può chiamare lavoro il volontariato professionale con cui mi sto (ci stiamo) facendo le ossa. Va bene perché l'Ansa è sempre l'Ansa, perché volevo essere qui e ci sono venuto. Va bene perché sono un privilegiato, e anche se sto entrando nel giornalismo dalla porta di servizio (anzi, a volte mi sembra di dover passare dallo sportellino per il cane), anche se per l'idea balzana di fare questo lavoro ho rimandato l'indipendenza economica di altri due anni, anche se noi delle scuole siamo additati come i saputelli raccomandati di turno, tra un anno e qualcosa sarò professionista.
E da professionista, suppongo, rimbalzerò da un contratto all'altro, da una sostituzione all'altra.
A stipendio variabile, raramente in quadrupla cifra.
Però, almeno, potrò contare sul fatto che un simpatico comico genovese. dall'alto della sua Porsche (ecologica), continuerà a ritenere che io e quelli come me siamo parte di una casta. Sì, proprio la casta, quella parolina magica che fa vendere milioni di copie di libri e dvd, riempie le piazze e contribuisce a far vincere le elezioni a Berlusconi. Presente? Ecco, quella lì.
Sono soddisfazioni. PopoloOggi i giornali erano pieni delle esternazioni di un signore ritenuto molto importante, che si chiama Bagnasco ed è il capo dei vescovi. Io le avevo lette già ieri sulla rete Ansa. Sono arrivate tutte in una volta – sette, otto lanci in fila, quattro dei quali contrassegnati con ++. Nel sistema Ansa, il segno ++ indica le notizie urgenti, quelle che finiscono dritte in pagina, che scatenano articolesse di 90 righe, e quintalate di commenti. Superando il fastidio per un paese in cui a papi e cardinali basta fare uno starnuto per guadagnarsi la prima pagina, o almeno un paio di +, mi sono costretto a leggere. Tra i tanti slogan da disco rotto che il signore in questione continua a propinarci da quando è in carica (non che il suo predecessore Ruini fosse da meno), una mi ha colpito: Bagnasco, che di solito si guarda bene dal rispondere a tono alle critiche, ha affrontato alcune delle accuse che – vivaddio – qualche commentatore ancora rivolge alle Loro Eminenze, e in particolare quella di aver trasformato il cristianesimo in una dottrina politica, in un programma politico, più che in un progetto di redenzione o qualunque cosa fosse in origine. Non è che il buon prelato entri nel merito o tenti di contro-argomentare: si limita a sentenziare che chi avanza queste perplessità “parla di cose che non conosce”. Per quanto mi riguarda, può darsi che Bagnasco abbia ragione. Tuttavia, normalmente io parlo di quello che vedo. E quello che vedo, che continuo a vedere, è una Chiesa sempre più aggressiva, invadente, addirittura volgare nel suo volersi imporre alla vita politica e civile del paese, ma sempre pronta a dirsi vittima di chissà quali persecuzioni ideologiche. A Napoli, questa tecnica di manipolazione si chiama chiagne e fotte. Una roba banalotta e tutto sommato innocua, se non fosse continuamente condita da appelli al buon senso. Io quando sento parlare di buon senso ho i brividi lungo la schiena. Non solo perché chi parla di buon senso finisce sempre per dimostrare di esserne sprovvisto, ma perché col pretesto del buon senso si può sdoganare tutto. Non siamo razzisti, abbiamo buon senso. Non siamo rozzi, ignoranti e violenti, abbiamo buon senso. Ora finalmente c’è un governo che governa col buon senso (sotto con le impronte agli zingari, i soldatini per strada, le bacchettate ai fannulloni). Noi, popolo italiano, abbiamo buon senso. Non come voi sinistroidi chic e le vostre seghe mentali. Siamo tutti d’accordo, che bisogno c’è di discutere? La gente è con noi, Dio pure (Gott mit Uns). Ma poi questo Bagnasco, questo ennesimo profeta del buon senso, se ne è uscito con un’espressione che mi ha fatto sobbalzare: precomprensione ossificata. L’Ansa ci ha fatto addirittura un titolo, su questa precomprensione ossificata. Non l’ho fatto, lo sforzo di capire cosa volesse dire, con quel sostantivo che non esiste e quell’aggettivo pescato dai recessi dei dizionari. Non ci ho nemmeno provato, perché una regola fondamentale del vivere civile è fare – quantomeno – uno sforzo per farsi capire dal prossimo, e credo che chi partorisce un’espressione così balzana non meriti nemmeno un tentativo di comprensione da parte di chi ascolta. Però mi cadono le braccia, se penso che qui da noi gente che parla così, gente che dice cose senza senso per il puro gusto di irritare i pochi raziocinanti rimasti in circolazione, riesce lo stesso a riempire regolarmente Piazza San Pietro. Penso che un popolo che si lascia trascinare da questo progetto diabolico non ha speranza. E penso che il mestiere che sto tentando di imparare sarà sempre più difficile, se uno dei tanti uomini di buon senso, così cari al popolo, qualche giorno fa ha promesso di infilarci a tutti un turacciolo dove non batte il sole. Tra gli applausi della ggente, del popolo. Caro popolo, ti chiedo un attimo di attenzione. Un secondo solo, prima di salire sull’autobus per la tua sensatissima giornata. Guardami negli occhi. Ma vaffanculo, va’. Trenta righe entro l'1.00Venerdì. Notte. Non so come mi venga ancora voglia di scrivere a quest’ora, dopo aver passato le precedenti 10 al computer. Sono a Roma da quasi due mesi, sempre sradicato come è normale che sia, sempre in modalità provvisoria. Sono di passaggio. E’ quello che ho pensato prendendo l’autobus a mezzanotte ad Arco di Travertino, in un nulla urbano che più nulla di così si sparisce. Penso che sentirsi un puntino mobile nella mappa tentacolare della città aiuti non solo a mettere le cose (tutte) nella giusta prospettiva, ma anche a piantarmi in testa che qui sono sì un forestiero, ma non molto più che altrove. Ho deciso di venire qui, poi rientrerò alla base, poi tra qualche mese o qualche anno chissà dove ancora. Sono abituato a vivere sempre grossomodo nello stesso posto, il che non vuol dire che debba per forza sentirmi a casa da qualche parte. Anzi. No, non è lo smarrimento dell’uomo contemporaneo di fronte al disastro di Alitalia e alla colata a picco di Lehman. Non è neanche la crisi dei trent’anni (i quali trent’anni – ammesso che debbano per forza presupporre una crisi – sono ancora belli lontani, alla faccia vostra). E’ che stanotte mi gira di pensarla così. Tra l’altro. Non volevo che questo blog diventasse un bollettino funebre, ma dopo David Foster Wallace, nel giro di quattro giorni ci siamo giocati anche Richard Wright e Fausto Gardini. Tre personaggi provenienti da mondi che hanno – ognuno a modo suo – una certa importanza per il sottoscritto. Non sono così megalomane da pensare che qualcuno mi stia lanciando un segnale (sarebbe, peraltro, un segnale di pessimo gusto), ma ecco, diciamo che la prendo come un’esortazione: basta dilettantismo. Basta cose lasciate a metà. Quei tre lì, con tutti i loro alti e bassi, andavano sempre fino in fondo. A qualcuno bisognerà pure ispirarsi. Infinite jestSarò il solito snob elitario che guarda solo alla torre d'avorio degli intellettuali (è vero il contrario ma pazienza), ma non posso fare a meno di pensare che gli scrittori siano quelli che dovrebbero morire più tardi. Dopo tutti gli altri.
David Foster Wallace si è impiccato. Quando si legge un libro - salvo rari casi - si tende a dimenticare che l'autore è un essere umano, con i suoi casini, le sue delusioni e i suoi spazi bui. Non me ne frega niente della pornografia della morte, che scaverà nelle ragioni, inventerà storie pittoresche sulla fine di un grande talento. Per me, DFW è La scopa del sistema, è Infinite Jest, è La ragazza dai capelli strani, e ora non c'è più. Gli sia lieve la terra. Giocare per il pareggioLa popolarità del premier al 67% (d’accordo, le cifre sono sue, ma i sondaggi sono l’unica cosa su cui non racconta quasi mai balle). Per strada e sugli autobus, la gente sembra entusiasta del decreto sicurezza, che a giudicare da quello che si sente ha riportato l’ordine meglio di John Wayne. Un nanerottolo con chiari problemi psichici risulta essere il ministro più amato dagli italiani, da quando sforna un’assurdità al giorno. Il nano maggiore dice di aver risolto il problema Alitalia, come sempre in stile Mastro Lindo. I napoletani godono perché i rifiuti, spostati sotto al tappeto, non si vedono più. C’è ancora chi si sorprende, chi si chiede come facciano gli italiani ad amare così tanto la destra. In effetti può sembrare sorprendente che il popolo (fatto sì di evasori fiscali e furbacchioni, ma anche di gente normale che lavora e paga le tasse) non solo continui a buttarsi allegramente tra le braccia del partito dei padroni, ma lo sostenga proprio nelle sue decisioni più reazionarie, padronali, oligarchiche. In realtà, basta analizzare le ultime campagne elettorali (non solo italiane) per rendersi conto che le forze progressiste non possono fare altro che rincorrere. Ma basta molto meno per capirlo, basta tendere le orecchie. Hanno vinto loro. Per gli italiani, incredibilmente, è e sarà sempre la destra di Berlusconi la migliore interprete dei loro bisogni e delle loro aspirazioni. La sinistra è elitaria, intellettuale, radical-chic, lontana dalla gente. Non può esistere modo di ribaltare questo paradosso, e lo dimostrano non tanto le elezioni di quest’anno, ma quelle del 2006: pareggio, subito dopo 5 anni di disastro permanente, con la coalizione berlusconiana che stava insieme con lo sputo, e gli italiani impoveriti e presi per il culo. Neanche questo è bastato. Forse m i rendo conto di tutto questo perché sono qui, nella Roma appena espugnata da Alemanno. Mi sono momentaneamente staccato da quel microclima fuorviante che è l’Emilia-Romagna. Sto in un quartiere tutt’altro che di destra, eppure mi sembra di vedere una celtica su ogni muro. E credetemi, a disegnare le celtiche non sono i padroni, sono i figli del popolo. La destra sa come fare presa sullo stomaco della gente, quali bisogni e quali paure inventare per vincere. La sinistra (già obbligatoriamente annacquata da una componente di centro) deve limitarsi a fare le stesse promesse, solo in tono leggermente più realistico. Sui temi sociali, stare sul vago. Sui diritti civili, glissare. Perché? Per il semplice motivo che alla gente, di tutte queste nobili faccende, non potrebbe fregare di meno. Dire cose sensate – dire cose giuste – è un lusso che la sinistra non può permettersi. Le cose giuste può, al massimo, cercare di farle, le poche volte che, in un modo o nell’altro, riesce a issarsi al governo. E questo non è un fenomeno italiano, è una realtà occidentale, da quando esiste la democrazia. Le idee progressiste vanno nascoste, perché al popolo non piacciono, ed è il popolo a decidere. Anche contro l’evidenza. Prendiamo la cosiddetta “emergenza sicurezza”. Dire la verità equivarrebbe a dire che in Italia non esiste, né è mai esistita, alcuna emergenza del genere. Lo dicono i numeri, cioè la realtà: più o meno tutti i reati, e in particolare quelli violenti, sono in lento, fisiologico calo da qualche anno. L’indulto (per quanto deplorevole) non ha cambiato niente in peggio, i militari per strada non cambieranno niente in meglio. Leggete le mie labbra: non-c’è-nessuna-emergenza. E se non ci credete, rispondete – tutti – a una domanda: di quanti reati siete stati vittime nell’ultimo anno? A quanti reati avete assistito? Eppure, se il tg dice che l’Italia è in preda a un’ondata di stupri e rapine in villa, voi ci credete. Ma questo non si può dire: si passerebbe per irresponsabili, si franerebbe sotto il 20%. Allo stesso modo, sulle impronte ai bambini rom, sarebbe bello poter dire che si tratta di un’idea ripugnante, oltre che totalmente inutile. Ma il popolo non la pensa così. Il popolo, se provi anche solo a introdurre l’argomento, strabuzza gli occhi e ti urla in faccia “Se ti piacciono tanto gli zingari, prenditeli a casa tua”. Ripeto: non c’è niente di tipicamente italiano in questo, è così ovunque. Nel mondo occidentale, al momento, l’unico che può permettersi di mettere in programma idee di sinistra e poi realizzarle con ampio consenso è Zapatero. Ma può permetterselo solo perché dall’altra parte c’è la destra più sgangherata d’Europa. Nel resto del pianeta, in condizioni normali, il popolo vuole Calderoli, vuole Sarah Palin. Vuole il Sarkozy più becero, ai tempi in cui era ministro dell’Interno. Per questo non vinciamo mai. Eluana due puntiQuando i giudici della Corte d’Appello hanno permesso a Beppino Englaro di rispettare, dopo sedici anni, la volontà di sua figlia Eluana – quando la giustizia ha finalmente trovato, nelle nostre leggi inadeguate, un varco attraverso cui far passare una goccia di pietà umana – per un attimo ho creduto davvero che sarebbe calato il sipario. Leggendo i primi laconici commenti di quel padre, ho immaginato la sua faccia scavata farsi leggermente meno tesa. Ho pensato che, alla fine, una tragedia grottescamente prolungata stesse per concludersi, e che nessuno avrebbe avuto l’impudenza di mettersi ancora di traverso. Naturalmente sbagliavo, naturalmente l’onnipresente “polemica” è subito – come diciamo noi giornalisti – divampata, e come sempre ha lasciato poco spazio, non dico per l’umanità, ma per il più elementare buon senso. L’ultimo capitolo dello scempio l’ha scritto la regione Lombardia: il castissimo e rassicurante governatore Formigoni assicura che nessuna struttura, nel territorio regionale, accoglierà gli ultimi giorni di Eluana. Se vogliono far rispettare la sentenza, lo facciano altrove, non qui – altrimenti la Compagnia delle opere che controlla i nostri ospedali si incazza a morte. Una regione (dico, una regione) interviene su questioni etiche e mediche. Mi sento a disagio a fare battute, visto l’argomento, ma è come se il mio amministratore di condominio cercasse di impedirmi di fare le analisi del sangue. A me la retorica compassionevole fa venire l’orticaria, ma a volte ci penso, a questa donna che da sedici anni non c’è più, ma a cui – senza mezzo motivo valido – viene impedito di andare. Ci penso soprattutto quando sul suo caso esce qualcosa di nuovo, e sul sistema dell’Ansa si affollano quattro, cinque commenti. Avvocati, medici. Presidenti di strane associazioni. Preti, naturalmente. Tutti i titoli iniziano allo stesso modo, Eluana due punti, e poi vai col virgolettato. Non bastava l’incidente che l’ha strappata via dai suoi vent’anni. Non bastavano i dubbi progressi della “scienza medica”, che l’hanno tenuta attaccata a una cosa che non so cosa sia, ma di certo non è vita, non le assomiglia neppure. Che la fanno andare avanti anche adesso che della sua corteccia cerebrale non rimane più nulla. Non bastavano i ricorsi, le sentenze, la sofferenza dei genitori. Doveva arrivare anche il dibattito, a violentarla. Il dibattito. Non è più una persona, è un argomento. Eluana due punti. Di tutti questi soloni, questi sacerdoti della vita ad ogni costo, io non riesco a dire nulla, perché non capisco quello che dicono. E’ un chiacchiericcio informe che mi lascia desolato. Non so se dicano quelle cose perché ci credano veramente o solo per auto-affermarsi, o magari per creare semplicemente scompiglio (come la sulfurea editorialista dell’Osservatore Romano, che ha scritto che la morte cerebrale non basta per decretare la morte di una persona). Non lo so, e l’idea di dover anche solo formulare un’ipotesi mi dà la nausea. Di tutto questo discutere con le vene del collo gonfie e la bava alla bocca, io posso riferire solo le mie personalissime impressioni. Ne esce l’immagine di un calderone assurdo, che farebbe ridere se non facesse paura. Un esercito scalcinato, ma armato fino ai denti. C’è dentro di tutto. Le dichiarazioni di principio dell’ambiguo Movimento per la vita. Le bottigliette d’acqua di Ferrara – un uomo che sul parlare a vanvera ha costruito una carriera luminosa, dicendo e facendo cose a caso pur di attirare l’attenzione su di sé. La carità pelosa delle suorine che dicono “Lasciatela a noi”. Un papa che blatera di relativismo (quella brutta cosa che purtroppo per voi, cattolicissimi amici, è alla base della nostra sgangherata ma preziosa civiltà), e che tutti, a destra e a sinistra, si affrettano a incensare. Le onnipresenti critiche ai giudici, colpevoli di voler “scavalcare il Parlamento” (peccato che il suddetto Parlamento non sia mai stato capace neanche di partorire una pidocchiosa legge sul testamento biologico). A me, in generale, piace l’idea che si possa discutere di tutto, criticare tutto, dissacrare tutto. Mi commuove Voltaire che diceva di essere disposto a dare la vita purché i suoi nemici avessero il diritto di dire cose anche ripugnanti. Ma per una volta – per una giovane donna che si chiama(va) Eluana, per un uomo che si chiama Beppino e non chiede altro che pace, finalmente – mi piacerebbe sentire un po’ di silenzio. Non succederà. Fulminante"Si soffre solo per amore. Il resto sono preoccupazioni" (Giorgio Gaber, Sandro Luporini) Per definire questa giornata......bastano le parole scelte accuratamente dal caporedattore di un noto giornale con cui collaboro: "Una mezza inculata".
Questo dal punto di vista lavorativo. Aggiungendo l'altra (della quale il suddetto caporedattore non poteva essere edotto), il totale sarebbe di un'inculata e mezza.
In sintesi, si rende indispensabile una scorta di preparazione h. ViscerePoi a un certo punto il tuo corpo ti riporta con i piedi per terra. Difficile formulare alti e nobili pensieri quando si è passata la notte sul cesso. Difficile atteggiarsi a scrittoroidi quando si ha mal di pancia. La gastroenterite è una grande lezione di onestà intellettuale.
Oggi sono saldamente ancorato al suolo. State tranquilli che non volo via. MancanzeNon amo i messaggi nella bottiglia. Non amo i diari, né - in generale - i blog. Un blog vuol dire guardare indietro. La mia specialità, in effetti. SE scrivo qui è perché ho nostalgia di qualcosa, di qualcuno, di uno stato d'animo. Se scrivo qui è perché cerco di recuperarne i pezzi, in questa parentesi di mal di terra, in attesa di salpare di nuovo.
E gettare benzina sul fuoco del mare. |
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